Ma Stiamo Realmente Facendo Service Post-Vendita Industriale ??

Dal 2003 promuovo una maggior cultura e conoscenza generale sulle operations di service post-vendita nazionale/internazionale in ambito industriale.

Mi piace ogni tanto andare contro corrente, lontano dal sensazionalismo di molte analisi di mercato e studi accademici che si trovano su internet (fin troppo ottimistiche rispetto alla quotidiana realtà lavorativa) inserendo nei nostri case-history, anche esempi di prassi operative di service da evitare, oltre alla descrizione di alcune criticità tipiche del comparto, in particolare nelle medie e grandi aziende dove inizia a diventare elevato il numero di clienti, stakeholders, transazioni ed escalations (un termine elegante e professionale per indicare dagli addetti ai lavori “emergenze e crisi”) da gestire.

E’ sufficiente navigare su internet e visitare i vari siti web aziendali per realizzare che ormai ogni impresa, dal piccolo rivenditore industriale al grande OEM appartenente alla multinazionale di turno, è ormai da anni dotato di un’efficiente e strutturata organizzazione (magari H24/365) per il service post-vendita industriale. Ma se andiamo a grattare via lo spesso strato di marketing, scopriamo che in molte realtà le cose sono ben diverse e ancora ferme ai modelli organizzativi degli inizi anni 90 (quando per la prima volta si è iniziato a parlare di service nel comparto industriale e le prime organizzazioni post-vendita minimali venivano denominante uffici servizi assistenza tecnica “SAT”).

Tralasciando le organizzazioni dove il service post-vendita non è ancora diventato un centro di profitto (perchè magari si teme di perdere i clienti a fargli pagare oltre al prodotto anche l’assistenza…) ed è costituito essenzialmente da un servizio “spot” di assistenza in campo operato da personale interno di produzione (gestito solitamente dal commerciale), oltre che dal supporto telefonico erogato direttamente dall’impiegato di turno dell’ufficio tecnico (e fuori dall’orario lavorativo direttamente dal titolare), concentriamo la nostra analisi invece sulle aziende con volumi di affari “Service” importanti (almeno come percentuale di fatturato).

E’ sempre stata mia prassi (in passato ante pandemia), prima di accettare ogni nuovo incarico fare una fotografia ed analizzare il reale stato strutturale, organizzativo e di performance dell’organizzazione di service post-vendita industriale che andavo a supportare con i miei interventi consulenziali ed esecutivi. Tra le varie analisi una delle più importanti è il concorso delle varie linee di servizi (commercializzabili) alla generazione del volume d’affari post-vendita.

Sembra anomalo (se confrontato con quello che si legge sensazionalisticamente su internet), ma nella realtà molte organizzazioni (piccole e grandi) che credono di operare da anni con successo ed elevati volumi e marginalità nel service sono in realtà ancora semplici estensioni del tradizionale business basato sulla vendita di nuovi prodotti (commercializzazione).

Questo perchè il grosso del giro d’affari scaturisce principalmente da attività di installazione, montaggio, cablaggio, messa in servizio, avviamento e vendita ricambi (principalmente) per “nuovi” sistemi, equipaggiamenti, macchinari, mentre solo una minima parte è generata dallo sfuttamento dell’intero ciclo di vita della propria “vecchia” base di installato e quindi da un portfolio “contratti strutturati” per prestazioni manutentive complesse in campo (field service/lifecycle) e progetti di ammodernamento (upgrade, retrofit, revamping, replacement, expansion).

Tutto ciò si traduce che quando la produzione ha un calo del lavoro (fenomeno molto frequente negli ultimi anni a causa del susseguirsi di varie crisi internazionali) e quindi una diminuzione del fatturato per nuovi prodotti lo stesso avviene lato vendita di servizi, facendo venire meno l’effetto calmierante (cuscinetto) che il service post-vendita dovrebbe anche ricoprire nei momenti di congiuntura economica negativa.

E’ innegabile che i fatturati dei montaggi, cablaggi, messe in servizio, avviamenti possano essere in alcuni casi considerevoli e con marginalità almeno doppie rispetto alla vendita di prodotto e possano pertanto divenire strutturali al raggiungimento di obiettivi economici di performance dei reparti service, oltre che fonte di reinvestimento (nelle aziende illuminate) per accrescerne l’organizzazione. Cionondimeno introducono una distorsione sui reali obiettivi dei business per il post-vendita che è invece quello di sfruttare continuativamente opportunità (anche minime) di fatturato e raccolta di profitti per l’intero ciclo di vita del prodotto (a meno che non sia più conveniente e redditizio sostituirlo col nuovo).

Esiste poi il problema della “complessità tecnica” che contraddistingue le messe in servizio e gli avviamenti, perchè il prodotto va fatto funzionare per la prima volta (con tutte le incognite del caso) e potrebbe (anzi sicuramente) presentare criticità progettuali inaspettate o essere carente (capita molto più spesso di quanto si crede) di funzionalità e specifiche contrattuali perchè oggetto di recenti varianti in corso d’opera che non è stato possibile testare completamente (tipico nelle produzioni di equipaggiamenti/macchinari ETO/One-of-a-Kind e sistemi d’automazione discreti/elettromeccanici/meccatronici con una preponderante componente “software-intensive”).

Il fatto poi che la messa in servizio, avviamento non sia più gestita dal reparto di progettazione/produzione introduce delle latenze operative ed organizzative tra il service (che non può essere a conoscenza di tutto l’excursus progettuale, magari della durata di diversi mesi), il team di ingegneria interno (che si ritrova ora magari completamente ed urgentemente impegnato su un nuovo progetto) ed il cliente che si aspetta velocità e rapidità di esecuzione nell’affrontare ogni problematica sul campo per partire/ripartire con la produzione.

Un’altra componente che declassa a semplice ufficio di assistenza tecnica (stile anni 90) molte delle organizzazioni di service post-vendita industriale di molte aziende nazionali è l’incapacità di operare fuori dall’orario lavorativo o durante le festività con quasi gli stessi livelli di performance offerti nei normali orari di lavoro settimanali.

Questo può essere (forse) normale per i clienti in Europa, accettabile per chi opera nelle aree degli emirati, medio oriente (la domenica qui si lavora e si riposa il venerdì), ma non è più sostenibile quando la differenza di fuso orario (oltre che dei periodi di ferie e festività) inizia a farsi importante (Stati Uniti, America Latina, India ed Estremo Oriente).

In questi casi molte delle organizzazioni service cessano momentaneamente di performare adeguatamente relegando a pochi volenterosi tecnici progettisti e venditori/gestori/operatori che da soli in ufficio, a casa il week-end o comunque principalmente fuori dall’orario lavorativo si ritrovano a tamponare telefonicamente o per e-mail il temporaneo depotenziamento dell’organizzazione per la quale lavorano. Anche e soprattutto per tali motivi di carente sincronizzazione oraria-lavorativa serve sempre pensare allo sviluppo di service centers di prossimità ai clienti (almeno per i più importanti).

La stessa criticità è poi ancor più amplificata per i tecnici trasfertisti (field service engineers) e i vari gestori-coordinatori “expat/resident” sul campo che devono pazientare (a volte facendo fronte a grandi pressioni dei clienti) in attesa della riapertura degli uffici in sede per essere nuovamente supportati tecnicamente e logisticamente.

Esempi dal Campo:

** La gestione del service industriale reattiva travestita da preventiva **

E’ risaputo che gli end-user (i clienti del comparto service industriale) sono diventati molto più esperti e attenti ai costi.
Oggi molti dei responsabili di impianto, stabilimento e manutenzione (che sono poi gli interlocutori principali per chi si occupa delle vendite di servizi tecnici) vedono il service industriale moderno offerto dai fornitori come indispensabile, anche se a volte eccessivamente costoso-pervasivo e che (se non regolamentato) alla lunga potrebbe esternalizzare parte delle loro mansioni, pertanto tendono (comprensibilmente) a mostrare interesse solo per un numero limitato e mirato di servizi sufficienti per essere supportati principalmente nelle situazioni più complesse.

Uno dei problemi ricorrenti e principali del cliente è quella di limitare gli interventi in emergenza dovuti a guasti improvvisi della base d’installato.

Questa esigenza ha innescato negli anni da parte dei fornitori di beni strumentali industriali la messa a punto di contratti di manutenzione preventiva (ancora prima della predittiva), ma spesso è solo washing in salsa marketing (realizzare una patinata brochure sugli innumerevoli servizi post-vendita da proporre al cliente richiede una settimana, ma mettere in piedi un efficiente-strutturata-esperta organizzazione per erogarli sistematicamente h24 richiede mesi se non anni..) o meglio si tratta della tradizionale gestione service reattiva su chiamata (in emergenza) travestita da preventiva.

E’ vero sul contratto c’è scritto “manutenzione preventiva”.
Ma nella pratica? Si interviene in campo principalmente quando qualcosa si guasta.
Ripristinato il componente-sistema-macchinario il tecnico field service redige un report minimale e poi nessun feedback dell’ufficio tecnico del fornitore service, nessuna proposta migliorativa al cliente.
Solo: “È tutto a posto e se non lo è, monitoreremo (che per mia esperienza dal 1993 vuol dire di sovente non fare nulla e attendere sperando che il problema non si ripresenti)”

Ma il cliente non vuole solo un “OK”.
Vuole sapere cosa è successo, come evitarlo in futuro, e che impatto ha avuto (spesso ha anche pagato anticipatamente per la redazione di una RCA Root Cause Analysis).
Ma alla fine raramente qualcuno analizza i dati del report e delle misure in campo e/o propone un fermo programmato di approfondimento.

Il service non è solo intervento in campo, prestazione tecnica. È anche comunicazione.
E se il tecnico di field service ed i progettisti dell’ingegneria non chiudono il cerchio, stanno lasciando valore sul campo.

Una maggior cultura, consapevolezza ed attenzione sui potenziali rischi di viaggio e permanenza del personale tecnico trasfertista in nazioni extra-EU

Nei miei precedenti incarichi lavorativi l’argomento della sicurezza del personale tecnico viaggiante mi ha sempre coinvolto quotidianamente in prima persona, dapprima direttamente come trasfertista e successivamente come coordinatore e gestore di attività di site/field service (cantieri, fabbriche, impianti, navi, piattaforme offshore, anche in heavily regulated countries, hazardous areas “MV/HV-Atex”, harsh/hostile environments). In più di 25 anni nel comparto ho avuto modo di accumulare tutta una serie di esperienze professionali che mi hanno fatto comprendere quanto le operazioni di preparazione e gestione trasferta necessitino di un continuo miglioramento ed adeguamento globale ai mutevoli contesti internazionali presso i quali si andrà ad operare con il proprio personale. Sono pertanto un forte sostenitore che tali operazioni non debbano essere coordinate, gestite, amministrate, dirette da solo personale Junior o non sufficientemente esperto della materia/mestiere come a volte si legge sulle inserzioni di lavoro più recenti.

Il tema delle attività in trasferta internazionale (in particolare extra EU in nazioni emergenti, contesti disagiati, aree sicure, ma in prossimità di aree geopoliticamente instabili) è da sempre poco noto soprattutto ai non addetti ai lavori (anche la stessa AIRE non dispone di vere e proprie percentuali per rappresentare l’elevato numero di migliaia di “expats” costituito dai trasfertisti “resident/long-stays” del comparto macchinari, fabbriche manifatturiere, impianti industriali, navale, edile, etc.) e ci si accorge dell’esistenza dei nostri numerosi connazionali lavoratori all’estero (in questa analisi sui lavoratori tecnici trasfertisti non mi riferisco ne ai “giovani cervelli in fuga”, ne all’Erasmus Generation che studia-lavora in qualche moderna-prestigiosa città Europea) ahimè solo in presenza di “incidents” lato criminalità, calamità e/o crisi internazionali (operai, tecnici, periti, ingegneri professionisti non solo in grado di montare e mettere in servizio macchinari complessi, ma il più delle volte anche capaci di dirigere “on-site” la costruzione ed avviamento “da zero” di grandi fabbriche ed impianti completi in aree fortemente isolate, disagiate e/o pericolose).

Probabilmente le cause di questa scarsa conoscenza del “mestiere” di tecnico trasfertista oltre che delle relative problematiche, criticità e rischi professionali sono da imputare in parte ad una scarsa cultura aziendale (quasi sempre solo prodotto-centrica oltre che orientata a valorizzare maggiormente le risorse d’ufficio/fabbrica con percorsi di carriera più strutturati/articolati a discapito di quelle impiegate in campo nelle trasferte) sulle operazioni in campo, ma soprattutto ad una legislazione (legge 81) che è sufficientemente chiara e completa nell’ambito degli adempimenti di sicurezza per la propria sede produttiva (al solito, lavoro in fabbrica/ufficio) o nelle attività cantieristiche da titolo IV (es. operazioni lavorative operate da un elevato numero di squadre altamente organizzate e coordinate direttamente in sito sul territorio nazionale), ma che a mio avviso è incompleta (lato comprensione e casistiche contemplate) nelle parti relative a “singoli lavoratori viaggianti” che eseguono attività specialistiche direttamente (in maniera spot o continuativa) presso i clienti industriali in ambito nazionale ed estero (anche se con i recenti interpelli sull’obbligo del preposto per i lavoratori in solitario, la normativa inizia a comprendere meglio le operazioni in trasferta).

Da quando esiste il testo unico, uno degli adempimenti immediati da affrontare lato sicurezza è individuare chi sia per ogni trasferta lavorativa tecnica il dirigente, preposto e lavoratore (su tali nomine e sulla confusione normativa per chi effettivamente ricopre “di fatto” di volta in volta tale ruolo a guida/tutela/sorveglianza dei singoli trasfertisti in missione ci vorrebbe un articolo dedicato, anche se con gli interpelli sopra citati si rafforza invece la necessità di avere uno o più preposti itineranti dedicati a vigilare con ispezioni random in tutti i siti lavorativi).

Incarichi che vanno sempre, subito ed ininterrottamente supportati dai team HR e HSE (oltre che dal resto degli enti aziendali che potrebbero venir coinvolti nelle operazioni di field-service) per facilitare e condividere le ulteriori importanti responsabilità assunte da chi riveste di volta in volta questi ruoli (chi opera nel settore saprà già per certo che quanto sopra descritto è solo il punto di partenza per dar via a tutte le fasi di analisi, preparazione ed esecuzione per individuare/evitare/mitigare i rischi tipici/probabili dell’attività specialistica che si andrà a svolgere all’estero in campo).

Ma c’è poi un altro tema lato legge 81 (chi si occupa di organizzazione, gestione trasferte dovrebbe anche studiarsi tutta una serie di sentenze della cassazione, in modo da ricordarsi di non prendere mai sotto gamba il proprio benestare “frettoloso” allo spostamento-viaggio di un tecnico, anche se dettato da forti pressione del cliente o della propria direzione) che la pandemia ha fatto emergere ed è quello della “trasferta in sicurezza” intesa anche come “viaggio, logistica e permanenza in sicurezza all’estero” che ha messo in evidenza i limiti organizzativi di molte aziende (soprattutto quelle più piccole) che già operavano da tempo in ambito internazionale essenzialmente grazie alla grande esperienza professionale del proprio personale trasfertista senior in grado di muoversi e organizzarsi agevolmente (e in sicurezza) oltre confine extra-EU con un buon livello di autonomia e conoscenza/attenzione dei rischi professionali specifici della missione.

Infatti chi come lo scrivente ha iniziato da ragazzo negli inizi anni 90 ad andare in trasferta (anche in aree a rischio, isolate, disagiate o con forti/rigide regole sugli usi/costumi locali e restrizioni agli spostamenti) ha imparato da solo autonomamente (a volte seguendo le indicazioni/istruzioni dei colleghi senior o apprendendo dai propri errori e situazioni impreviste) a viaggiare e lavorare in “sicurezza” con un supporto non sempre continuativo dalla casa madre (non esistevano e-mail e telefonini, a volte la linea fissa internazionale era solo alle poste ed i voli per determinate città erano solo settimanali) e soprattutto evitare disagi e rischi in nazioni socialmente, culturalmente ed economicamente molto diverse dall’Europa. 

Dal 2000 in poi l’estremismo religioso, i conflitti/crisi regionali, il terrorismo, i rapimenti e l’aumento della micro criminalità (derivante da situazioni di crescente povertà/disuguaglianza sociale) hanno reso più pericoloso e complicato spostarsi “da soli” per lavoro (senza la necessaria preparazione e supporto in loco) in certe aree del pianeta e solo le grandi aziende più strutturate come gli EPC contractor che operavano già da tempo all’estero in aree a rischio hanno ulteriormente potenziato e strutturato la loro organizzazione per rendere ancora più sicure le trasferte del proprio personale e dei propri fornitori subappaltatori.

Questa evoluzione non è purtroppo avvenuta di pari grado in molte PMI che solo in parte hanno saputo strutturarsi per gestire al meglio le operazioni del proprio personale viaggiante (perlopiù affidandandosi all’organizzazione messa in piedi dai clienti ed agenti locali).

La scossa finale è stata data dal covid-19 che ha obbligato giocoforza anche queste imprese a strutturarsi per farsi carico integralmente dell’organizzazione delle proprie trasferte con un livello di preparazione, attenzione, dettaglio e cura precedentemente impensabili (chi se la sarebbe sentita, legge permettendo… di inviare senza la necessaria completa e precisa organizzazione logistica i propri colleghi in contesti con situazioni sanitarie e tensioni sociali altamente a rischio).

Oggi causa stagnazione del mercato EU è sempre più in aumento il numero di PMI che hanno iniziato ad inviare i propri tecnici in trasferta extra-EU (non in tutte le nazioni ovviamente a causa di diffuse crisi politiche-militari) un risultato (impensabile durante i lockdown) che si è ottenuto potenziando la propria struttura interna, affidandosi anche anche a società specializzate in travel security management che già operavano in contesti esteri complessi (heavily regulated countries, harsh/hazardous areas, hostile environments) oltre a consulenti esterni (ex-trasfertisti) esperti nella gestione organizzativa ed esecutiva delle attività di field-service internazionale.

Purtroppo in tempi più recenti è aumentato nuovamente il rischio nei viaggi e permanenze in nazioni estere a causa del repentino aumento dei conflitti regionali e del degrado nelle relazioni internazionali tra molti paesi una volta ritenuti sicuri. Per tale motivo oltre a sviluppare una maggior cultura geopolitica (e qui le tecniche e strumenti OSINT possono essere d’aiuto) consiglio sempre alle organizzazioni di impegnarsi nell’approfondimento della nuova ISO 31030 (travel risk management) oltre che della più generale ISO 31000 (in combinazione con la OSHAS 18001 ed ISO 45001) anche e soprattutto per i lavoratori trasfertisti in solitario

Inoltre è sempre meno da sottovalutare in contesti complessi (con elevato grado di controllo, sorveglianza del personale straniero) l’uso degli strumenti digitali PC e smartphone (anche personali) da parte dei tecnici trasfertisti. Tecnologie e piattaforme digitali che se usate in maniera non consapevole (anche della sola legislazione nazionale dove si risiede per lavoro) possono creare problemi durante le trasferte (esempio usare VPN, messaggistica crittografata o cifrature dei dati sugli hard-disk è diventato illegale in diverse nazioni), o ancor prima rallentare-bloccare il rilascio dei VISA (causa profilazione dei profili social, che vanno gestiti con molta più attenzione-moderazione).

Semplifica Digitale

Per diffondere sul territorio (economia di prossimità) le moderne tecniche e procedure di “project management & project control“, fornisco un ulteriore linea di servizi SMDATA Lab (Semplifica Digitale), finalizzata a supportare localmente e all’estero non più solo le organizzazioni di service industriale, ma anche le micro-piccole imprese, startup del comparto progetti e servizi tecnici-tecnologici-industriali, oltre ai vari small business familiari (rivendite e-commerce, agenzie commerciali, negozi, piccole immobiliari) che hanno deciso di avvalersi (lato produttività aziendale, rendicontazione di compravendite-operations e gestione commerciale-contrattuale-economica) di Office 365 (anche via web), mini applicativi-gestionali/ERP in cloud (già dotati di funzionalità per l’estrazione-migrazione dei dati, centri di costo su commessa) e software libero Open Source su PC Windows, ma anche sulla più robusta (lato sicurezza-privacy-confidenzialità) piattaforma IT SOHO Linux (desktop-server Self-hosting).

*impariamo a proteggere le nostre preziose informazioni aziendali*

Specializzato nell’uso di strumenti Office 365 per il data analytics, oltre che di software libero Open Source, nell’elaborazione dei dati di gestione e controllo commerciale-contrattuale-economico “su commessa” (con modellazione, simulazione, analisi dati e reportistica aziendale anche in lingua inglese) di preventivi (budget, forecasts), ordini (acquisito-backlog), costi, riserve, fatturato (basato su time-sheets, avanzamenti lavoro a percentuale di completamento – P.O.C.), cassa, margini.

Oltre all’elaborazione dati, fornisco servizi di:

  • consulenza operativa per la gestione e controllo commerciale-contrattuale-economico di commesse d’appalto e contratti d’opera per progetti e servizi tecnici-tecnologici-industriali nazionali, esteri; qualificazione a gare d’appalto (anche telematiche) e contratti d’opera
  • assistenza informatica ed amministrativa per le funzioni d’ufficio; supporto alla gestione, organizzazione, espletamento pratiche d’ufficio

I servizi sono idealmente rivolti a:

  • micro-piccole imprese e startup (orientate ad adottare tecniche di project management & project control) che operano nell’ambito dei progetti e servizi tecnici-tecnologici-industriali su commessa nazionali, esteri (anche per il service post-vendita & field service)
  • small business familiari impossibilitati a seguire le attività di back office amministrativo e di gestione-controllo economico

Quando è opportuno ascoltare (piuttosto che entrare in competizione con) il proprio consulente d’impresa in materia di gestione e controllo economico di commessa, per ridurre i rischi nel medio-lungo periodo

**A distanza di anni dopo essermi recentemente confrontato con un senior contract manager di un’azienda EPC nazionale con il quale condivido la stessa visione del mercato appalti-subappalti, ho rivisitato-rielaborato-aggiornato una mia serie di vecchie note appuntate dal 2003 al 2011 durante un’altra mia precedente attività professionale nel comparto della consulenza per le mPMI metalmeccaniche**

Confidando che il mio piccolo contributo (anche se ruvido-diretto) possa essere utile, desidero evidenziare (dal punto di vista della gestione e del controllo economico di commessa) a chi opera nel settore degli appalti, in particolare in quelli industriali (che sono quelli nei quali opero dal 1993), che:

quando un consulente d’impresa fornisce indicazioni urgenti (talvolta espresse con particolare fermezza-enfasi) sui temi della gestione e del controllo economico delle commesse, soprattutto se lo stesso proviene da una lunga esperienza maturata presso multinazionali altamente strutturate e organizzate con fatturati superiori a 500 milioni di euro/dollari, ciò avviene generalmente perché ha già osservato numerose imprese subappaltatrici (mPMI) uscire dal mercato nonostante fossero considerate solide e ben avviate.

Si tratta spesso di aziende commercialmente molto efficaci e operativamente performanti che, dopo aver raggiunto alcuni milioni di euro di fatturato, ritenevano di aver ormai consolidato il proprio modello organizzativo.

Questa percezione, tuttavia, può talvolta mascherare fragilità organizzative ancora presenti. In molti casi essa deriva dal fatto che il portafoglio clienti e il numero di commesse risultano ancora gestibili mediante processi relativamente semplici (sempre cadenzati, monitorati dalla proprietà) e strumenti manuali, quali fogli elettronici condivisi, automazioni basate sulla posta elettronica e il portale per la fatturazione elettronica.

In una fase caratterizzata da ricavi in crescita e margini elevati (perchè si è stati imprenditorialmente bravi ad individuare una fetta di mercato profittevole), tali strumenti possono apparire sufficienti. I risultati economici positivi consentono infatti di assorbire il costo delle inefficienze organizzative e degli errori di processo.

A ciò può contribuire anche una struttura organizzativa particolarmente snella, con costi del personale contenuti, situazione frequente nelle organizzazioni che si avvalgono prevalentemente di personale junior, collaboratori esterni e freelance (non appartenenti ad albi professionali con “robuste tariffe” regolamentate), talvolta con modalità contrattuali differenti rispetto ai principali contratti collettivi nazionali o ai riferimenti delle associazioni professionali e degli ordini di categoria.

Quando però i ricavi diminuiscono oppure le marginalità iniziano a ridursi, anche inefficienze che in precedenza risultavano economicamente sostenibili possono diventare rapidamente rilevanti sul conto economico (erodendo i margini e incidendo sulla cassa, vero combustibile dell’azienda).

È in questa fase delicata che molte imprese decidono di rafforzare la propria organizzazione inserendo urgentemente figure senior, sia come dipendenti sia come consulenti esterni.

Occorre tuttavia considerare che tali professionalità comportano normalmente un costo superiore, coerente con l’esperienza e seniority maturata. Inoltre, richiedono condizioni contrattuali che tutelino sia la disponibilità sia la remunerazione delle prestazioni professionali, generalmente in linea con i principali contratti collettivi, con le associazioni professionali o con gli ordini di appartenenza. Di conseguenza, la loro operatività non può essere strutturalmente basata (perchè troppo onerosa) su disponibilità continua o su richieste operative H24 per 365 giorni all’anno, modalità che possono ancora essere presenti in organizzazioni che stanno completando il proprio percorso di maturazione organizzativa.

Una considerazione sul contesto europeo

A titolo di osservazione manageriale, è interessante notare come in numerose imprese del Nord Europa, nonché nella Svizzera tedesca e francese, il ricorso sistematico agli straordinari e alla reperibilità telefonica continuativa venga generalmente interpretato come un indicatore di criticità organizzativa piuttosto che come un elemento di efficienza (purtroppo in molte mPMI italiane la quotidiana compulsiva-reattiva frenesia operativa viene talvolta erroneamente scambiata per sana performance esecutiva).

Ciò non impedisce a tali sistemi economici di sviluppare imprese di dimensioni medio-grandi. Analogamente, in Paesi come Belgio e Francia, caratterizzati da un tessuto imprenditoriale più simile a quello italiano, è stato introdotto da tempo il cosiddetto diritto alla disconnessione.

Molti imprenditori sottovalutano inoltre un ulteriore aspetto.

Quando un’organizzazione evolve e si struttura, inserendo collaboratori senior ma anche personale junior regolarmente inquadrato secondo i principali CCNL, l’orario di lavoro tende naturalmente a ricondursi entro i limiti previsti dalla normativa e dalla contrattazione.

Da quel momento, tutte le attività aggiuntive, come straordinari, reperibilità, lavoro notturno, trasferte e viaggi, iniziano a generare costi importanti che incidono direttamente e massicciamente sul conto economico di commessa.

È proprio in questa fase evolutiva che numerose statistiche evidenziano un incremento del rischio di difficoltà aziendale e, nei casi più critici, di cessazione dell’attività (se subentrano insoluti).

L’aumento dei costi di struttura e del personale, che si riallineano progressivamente ai livelli tipici di un’organizzazione più matura, rende evidente quanto fosse relativamente più semplice generare margini positivi nella fase iniziale, quando tali costi risultavano ancora contenuti.

La seconda criticità: crescere più rapidamente della propria organizzazione

Esiste poi una situazione ancora più insidiosa.

Può verificarsi quando ricavi e marginalità sono ancora soddisfacenti, i processi produttivi funzionano correttamente e l’azienda continua ad acquisire un numero crescente di commesse, anche di importo significativo sotto il profilo economico e finanziario.

La crescita della struttura tecnica, produttiva ed esecutiva procede rapidamente.

L’organizzazione amministrativa, commerciale e di project management (quella che non è fatturabile direttamente al cliente ed è pertanto considerata nel conto economico un costo indiretto di commessa, se non mero overhead aziendale), invece, continua spesso a basarsi prevalentemente su fogli elettronici, elaborazioni manuali e continui scambi di e-mail.

Da diversi anni sottolineo con continuità (anche in virtù della mia specializzazione nel risk management) come l’assenza di un sistema gestionale ERP dotato di funzionalità orientate ai centri di costo di commessa renda progressivamente più complessa la gestione dell’impresa.

All’aumentare del numero delle commesse, delle risorse, dei materiali, dei fornitori e dei costi da monitorare, mantenere un controllo economico accurato e tempestivo diventa infatti sempre più oneroso e, in alcuni casi, estremamente difficile (oltre che time consuming).

Questa considerazione viene spesso pienamente compresa “solo” da chi ha maturato esperienza pluriennale in contesti multinazionali industriali e ingegneristici ad alta complessità organizzativa, nei quali vengono normalmente utilizzati sistemi ERP e PMIS (Project Management Information System) di classe enterprise, come SAP R/3, per il cost control, il project control e il cost engineering.

Può essere però utile porsi una semplice domanda.

Se le organizzazioni maggiormente strutturate investono da decenni risorse significative nello sviluppo e nell’adozione di sistemi ERP avanzati, è ragionevole ritenere che tali investimenti rispondano a precise esigenze gestionali e organizzative.

Nel corso della mia esperienza professionale, maturata sia in Italia sia all’estero, ho osservato numerose piccole e medie imprese crescere rapidamente sotto il profilo commerciale, salvo poi incontrare gravi difficoltà a causa dell’assenza di strumenti adeguati per il controllo economico delle commesse.

Le opere venivano generalmente completate con successo sotto il profilo tecnico, ma non sempre con marginalità sufficienti a garantire la sostenibilità dell’impresa nel medio-lungo periodo.

Il limite operativo dei fogli elettronici

Se un’impresa operante nel settore degli appalti, dei contratti d’opera o dei servizi tecnico-industriali continua a basare la gestione delle commesse esclusivamente su fogli elettronici, e-mail e sistemi di messaggistica, è opportuno considerare che, all’aumentare del numero delle attività, delle risorse, dei materiali e dei relativi costi, i Project Manager rischiano di dedicare una parte crescente del proprio tempo alla raccolta, all’inserimento e all’aggiornamento manuale dei dati (qui ho scritto un altro articolo su quello che è in realtà il valore aggiunto di un PM di razza).

Di conseguenza, il tempo disponibile per le attività di coordinamento, controllo e gestione strategica della commessa tende progressivamente a ridursi.

Talvolta si ritiene che l’introduzione di strumenti IT semplici-economici come Microsoft Project Desktop possa rappresentare una soluzione sufficiente.

È tuttavia importante ricordare che tale software nasce principalmente come strumento per la pianificazione temporale delle attività e solo in misura secondaria per la gestione economica completa di costi, ricavi e marginalità.

Di conseguenza, anche utilizzandolo, permane una significativa attività di inserimento manuale dei dati.

Per comprenderne concretamente i limiti è sufficiente provare a configurare, all’interno di Microsoft Project Desktop, le differenti tariffe e i calendari di disponibilità relativi a freelance, fornitori, appaltatori e dipendenti, distinguendo inoltre tra ore ordinarie, straordinarie, trasferte, viaggi, lavoro notturno e altre tipologie di costo.

Successivamente, al primo stato di avanzamento lavori, sarà necessario verificare se il sistema consente realmente di monitorare con precisione i costi effettivamente sostenuti nel periodo.

Dal punto di vista tecnico, Microsoft Project Desktop mette effettivamente a disposizione tali funzionalità, incluse quelle relative all’Earned Value Management (EVM).

Tuttavia, la loro implementazione richiede un livello di configurazione elevato che diventa progressivamente più complesso con l’aumentare del numero di attività e risorse da gestire. Inoltre, il processo risulta particolarmente delicato: anche un errore apparentemente marginale nell’imputazione dei dati può generare ricalcoli automatici che incidono sull’intero modello di pianificazione e controllo, rendendo meno immediata l’individuazione delle anomalie e compromettendo l’affidabilità complessiva delle informazioni economiche di progetto (perdita di controllo).