“Sistemi Linux vs Ransomware”​ soluzioni a basso costo di Cyber Resilience & Digital Operations Survival Platforms per avere a disposizione (nelle piccole organizzazioni di gestione service industriale) dei computer d’emergenza durante gli attacchi informatici (oltre che durante le disfunzioni delle principali piattforme digitali commerciali sia cloud che on-premises)

Non passa giorno senza essere messi a conoscenza dell’ennesima azienda locale vittima di phishing, attacchi informatici ransomware creati per autopropagarsi in rete, criptare gli hard-disk e rendere di fatto inutilizzabile tutta l’infrastruttura digitale colpita (almeno sino al pagamento di un cospicuo riscatto in criptovaluta). Capita anche (di frequente) che strategiche infrastrutture cloud private e/o della pubblica amministrazione fininiscano fuori servizio per settimane creando innumerevoli problemi a cittadini, imprese ed enti statali (per non parlare di quello che accaduto a livello globale con il crash informatico mondiale del 19 luglio 2024, a causa di un banale e “benevolo” errore d’aggiornamento software di un importante azienda IT).

E’ facile pensare che il fenomeno (rischio) sia relegato solo ad artigiani, ditte individuali, studi professionali, micro-piccole imprese (tradizionalmente in difficoltà ad investire nell’informatica per la cronica mancanza di sufficienti risorse finanziarie) e quando si scopre che anche le medie e grandi aziende (che invece investono maggiormente nel digitale) ma soprattutto le infrastrutture critiche, enti governativi, difesa (oltre alle aziende stesse di sicurezza informatica) sono a loro volta vittime di tali attacchi, si comprende il perchè molte nazioni (in Europa principalmente Francia, Germania, paesi scandinavi, baltici e recentemente anche Svizzera) stiano spingendo già da tempo le loro organizzazioni governative (e non solo quelle) a passare al sistema operativo Linux e software libero Open Source.

Anche il governo cinese ha creato da tempo (per motivi di crescita ed indipendenza-sovranità tecnologica, anche lato infrastrutture nazionali per l’IA) un’apposita serie di distribuzioni Linux, per un utilizzo mirato all’interno di enti pubblici, militari e strategici (nella federazione Russa è stata ancor prima intrapresa un’azione simile a quella cinese anche se meno pubblicizzata visto che è stata realizzata principalmente per l’ambito difesa). Una transizione tecnologica controcorrente (rispetto alle scelte tecnologiche del passato) che guarda caso riguarda soprattutto i maggiori stati (stando alla stampa internazionale) dietro ai principali attacchi informatici perpetrati nell’area continentale.

Il fatto poi che uno dei più grandi produttori internazionale di computer sito in Pechino abbia già da diversi anni iniziato a promuovere su larga scala la vendita di desktop e portatili Linux per un’utilizzo anche in ambito business nel mercato nazionale ed estero dovrebbe far riflettere su quella che è la strada maestra da percorrere a livello digitalizzazione “più sicura” futura.

Qui in Italia (ma ripeto, non nel resto d’Europa in particolare in Francia dove il software libero è considerato un pilastro per l’indipendenza-sovranità tecnologica nazionale “Souveraineté économique”) si pensa ancora che le workstations basate su Linux non siano adatte alla maggior parte delle nostre imprese ed enti pubblici (nel mentre numerosi imprenditori visionari d’oltre oceano o asiatici hanno da tempo creato nuovi business milionari anche grazie all’uso sapiente del software libero).

In effetti se in ufficio (noncuranti del fatto che quasi tutto quello che ideiamo-realizziamo-archiviamo sul computer-cloud può essere potenzialmente analizzato con telemetrie proprio dai produttori dei software. . vedi Recall su Windows 11 ) si utilizzano gestionali sviluppati su Windows o programmi specialistici di progettazione e disegno CAD (che è poi la configurazione tipica di tante micro, PMI e grandi aziende nazionali del settore metalmeccanico, edile) l’opzione Linux come sistema operativo aziendale primario diventa difficile se non impossibile da percorrere almeno in ambito desktop (anche se stanno arrivando sul mercato CAD nativi Linux di livello professionale basati su licenze commerciali). Cionondimeno esistono comunque dei cad (al solito più diffusi nel resto d’Europa) elettronici (PCB), elettrici e meccanici “2D/3D” interamente rilasciati sotto licenza libera (KiCad, QElectroTech, FreeCAD, QCAD, FreeCAD) già presenti nelle principali distribuzioni Linux (anche se le traduzioni in italiano dell’interfaccia utente non sono sempre complete e i software non gestiscono i formati proprietari dei disegni/schemi .dwg).

CAD che al momento (nonostante siano ancora carenti lato funzionalità) sono adottati principalmente da moderne ed avanzate società (principalmente estere) del settore automazione, elettronica, embedded, telecomunicazioni, aerospaziale più avezzi all’utilizzo di tecnologie emergenti.

Per non parlare dell’abitudinarietà (che è poi il grande vero ostacolo a qualsiasi cambiamento tecnologico/piano di innovazione nelle aziende) di molti utilizzatori di PC in difficoltà o semplicemente contrari ad apprendere l’uso di nuovi software (solitamente più semplici, minimalisti e “privi di numerose features superflue” rispetto alle controparti proprietarie-commerciali) e/o accettare cambiamenti dell’interfaccia utente (molti fornitori di tecnologie digitali a volte dimenticano che chi utilizza il computer solo per svolgere il proprio lavoro impiegatizio o manageriale in ufficio e/o in fabbrica, cantiere è quasi sempre molto conservativo e possono volerci mesi per abituarsi al nuovo strumento informatico).

Inoltre in Italia è fortemente diffusa l’abitudine di iper personalizzare software (anche obsoleti) che impedisce poi aggiornamenti e messe in sicurezza automatiche (oltre a rendere molto difficili e costose le migrazioni e cambi di piattaforme-sistemi).

D’altro canto è comunque possibile intraprendere una “parziale” migrazione a Linux (con le necessarie verifiche preliminari di fattibilità e compatibilità con l’hardware esistente), se l’organizzazione già opera con gestionali accessibili via web/cloud (oggi sempre più diffusi soprattutto nelle piccole realtà aziendali) ed il proprio ambito lavorativo è prevelentemente di coordinamento, oltre che commerciale e gestionale (personalmente mi sono specializzato lato IT nella gestione del service industriale).

Se poi si lavora nella nicchia di mercato legata alle applicazioni scientifiche e di ricerca, oltre che nel settore informatico delle grandi corporations e startup tecnologiche la migrazione diventa ancora più fattibile visto che in questi comparti sono anni che si utilizzano desktop, portatili e server Linux (nel tempo sono addirittura nati oltre agli OEMs cinesi, dei produttori americani e tedeschi-olandesi di computer di fascia alta che installano nativamente il sistema operativo Linux realizzando avanzate workstations, per non parlare del crescente mercato degli smartphones “degooglizzati” per migliorare la privacy/confidenzialità degli utenti).

Inoltre è sempre più facile imbattersi su internet nel comparto Industria 4.0 di aziende che usano infrastrutture ICT Linux per gestire le attività di progettazione, collaudo e service post-vendita delle complesse architetture informatiche industriali (OT & Embedded) dei sistemi “software-intensive” SCADA/ICS/IACS di supervisione, automazione, controllo (e relativa quadristica elettrica di comando, bordo macchina).

Ora, tornando invece al problema degli attacchi phishing, ransomware, a prescindere dalla tipologia di azienda e business, molte piccole organizzazioni possono essere comunque aiutate ad adottare parzialmente (in ambito SOHO Small Office/Home Office) sistemi Linux desktop, portatili e file server (meglio senza l’accesso al sempre più vulnerabile ed inaffidabile protocollo SMB) laddove si decida di dotarsi di una piccola infrastruttura informatica parallela di emergenza “Cyber Resilience & Digital Operations Survival Platforms” (realizzata con il ricondizionamento dei propri vecchi computer Windows obsoleti: 7, 8, 10) da utilizzare nel caso si sia costretti dopo un attacco informatico a spegnere l’infrastruttura Windows principale.

Una soluzione minimale, o meglio di “ingegneria/innovazione open-frugale avanzata” e/o in stile “Maker” (che i grandi operatori della sicurezza informatica potrebbero definire “di fortuna” o non professionale… anche se, a dire il vero, da oltre vent’anni mi capita di aprire anche durante viaggi e trasferte, con notebook Linux (inizialmente utilizzati esclusivamente come “sandbox”) allegati e-mail di phishing contenenti virus e malware di ogni genere, senza incorrere in particolari problemi).

Si tratta comunque di un approccio frugale emergenziale che consente, in attesa del ripristino dell’infrastruttura informatica principale, di mantenere almeno:

  • l’accesso al web;
  • la posta elettronica esterna;
  • fogli di calcolo e documenti privi di macro (naturalmente se presenti su un file server Linux di backup).

In questo modo è possibile continuare a interagire, almeno parzialmente, con clienti, fornitori e con un numero limitato di colleghi o collaboratori.
Per completezza, va ricordato che numerose aziende sono rimaste ferme o addirittura chiuse per settimane a causa di attacchi ransomware.

Questo è possibile perchè il sistema operativo Linux è ad oggi poco diffuso negli uffici in modalità “on-premises & Self-hosting” (soprattutto lato desktop, notebook, workstation) ma anche perchè intrinsicamente più “robusto”, “minimalista” ed “essenziale” (esistono studi sul legame tra complessità, sicurezza ed affidabilità di un sistema digitale) oltre che maggiormente rigoroso/rigido di Windows lato privilegi necessari all’installazione-esecuzione programmi e alla condivisione-trasferimento files (l’interoperabilità non è il suo punto di forza, ma questo diventa un vantaggio nell’ambito della rigida sicurezza). Il che lo rende oggi più immune (anche grazie alle innumerevoli distribuzioni Linux potenzialmente utilizzabili che creano una sorta di spontanea, naturale, resiliente “diversità biologica”) dalle minacce informatiche più diffuse in particolare per i PC desktop (tipicamente software malevoli nascosti in e-mail, pagine web, PDF, immagini e documenti Office).

Un discorso diverso vale invece per i server Linux utilizzati in ambito web o cloud (a parte i costi sempre più importanti causati dall’attuale caro prezzi energia, microprocessori e RAM) che invece (complice l’ormai sempre più costosa, esasperata ed ingestibile complessità delle architetture cloud virtuali/containers implementate nei data centers) essendo altamente diffusi (e talvolta mal integrati-amministrati), sono da tempo vittima alla stregua dei sistemi Windows di tutta una serie di attacchi e vulnerabilità (affidarsi oggi alle sole infrastrutture cloud senza un backup fisico on-premises è sempre più rischioso). Per tale motivo sono in aumento le aziende (anche grandi gruppi high-tech che tengono ben custodito il loro know-how su macchine fisiche decentrate “on-premises” nelle loro sedi o data centers di prossimità fisicamente accessibili, stando ben lontani dal sempre più poroso e costoso cloud).

Esistono naturalmente numerose ed ottime soluzioni commerciali (quasi sempre estere) per la sicurezza-resilienza informatica, ma purtroppo la maggior parte non sono ad oggi alla portata di molte delle micro-piccole realtà aziendali, professionali ed artigiane con limitato potere di spesa, che sono invece quelle che il progetto SMDATA Lab intende servire.

Perchè promuovo e supporto (nel mio piccolo) l’adozione del paradigma minimalista, innovazione frugale avanzata, ri-uso, dell’informatica libera robusta-resiliente (sistemi Linux & software Open Source) e delle Privacy Enhancing Technologies/Techniques (PETs) sul territorio

Oggi in quasi tutti gli uffici, infrastrutture ed abitazioni private con la diffusione di software, PC & smartphones sempre più potenti, interoperabili ed innovativi (ma via via sempre più fragili e insicuri) abbiamo una capacità di elaborazione e comunicazione inimmaginabile sino a una decina di anni fa.

Strumenti che ci hanno purtroppo reso sempre più dipendenti dalle loro funzionalità più avanzate (vedi posta elettronica, messaggistica istantanea, social networks, LLM/IA), oltre che vulnerabili al furto degli estremi di accesso dei nostri conti correnti bancari e servizi commerciali-governativi, senza dimenticare i frequenti disservizi, la continua esfiltrazione dei nostri dati, informazioni personali-aziendali ed il continuo monitoraggio (anche profilazione-condizionamento-sorveglianza), analisi delle nostre abitudini e conversazioni personali-professionali. Per non parlare dell’area cognitiva personale (propaganda, misinformazione, disinformazione, malainformazione, fake-news, etc.) che con il diffondersi delle contrapposizioni (politiche/ideologiche/militari) asimmetriche (cognitive warfare), sta diventando uno dei principali domini d’influenza e scontro tra parti avversarie (conflitti asimmetrici anche in tempo di pace -> peacetime warfare).

Chi ha un minimo di senso critico del dominio tecnologico (o semplicemente è stanco di essere “un libro virtuale aperto” e/o un cervello da saturare cognitivamente da notifiche, informazioni, messaggi, narrazioni, notizie ogni volta che accende il PC o usa lo smartphone) non può più accettare l’uso di tali rischiose e pervasive tecnologie digitali.

Per tale motivo in tutto il mondo (anche da entrambe le sponde del democratico blocco continentale, dove da anni è in corso un crescente controllo-sorveglianza delle comunicazioni digitali e media con conseguente degrado del free-speech, oltre al pericoloso aumento della polarizzazione di stampo ideologico e politico), soprattutto le persone con elevati interessi personali (anche a livello di privacy-sicurezza-incolumità), professionali e finanziari (oltre a chi opera nel giornalismo investigativo, politica e difesa), ma anche semplici cittadini e tecnici (come lo scrivente) sensibili alle problematiche pubbliche-sociali-civiche, senza nessun legame con il mondo dell’attivismo politico ideologico-radicale, stanno progressivamente (lentamente) abbandonando le più diffuse (ed insicure/pervasive) tecnologie “mainstream” per passare ad altro (senza trascurare quello che da tempo stanno già facendo soprattutto le nazioni considerate “adversary”, per aumentare la loro indipendenza, sovranità e sicurezza nazionale-militare).

Il fatto di essere io stesso un semplice tecnico IT SOHO (Small Office/Home Office) specializzato in innovazione frugale avanzata, sistemi/architetture alternative (robuste-resilienti-ridondanti) “Self-hosting & On-premises“, mi aiuta a realizzare delle workstations minimali, frugali che ho rinominato Just-Focus PC, perchè reputo i computer per uso personale e/o professionale un privato e confidenziale strumento di concentrazione ed intenzionalità cognitiva (dal 1998 i desktop/notebook/server me li autorealizzo/amministro autonomamente con il conveniente-ecosostenibile riuso di vecchio hardware/PC Windows obsoleto, software libero Open Source e sistemi operativi/distribuzioni Linux).

Quando uso i termini minimalismo, frugale non mi riferisco al solo fattore estetico e funzionale del PC, ma ad una ben studiata, calibrata strategia cognitiva e postura operativa. D’altronde, come molte riviste di fashion & luxury stanno lentamente iniziando a promuovere, Il vero lusso tecnologico (The Quiet Luxury of Computing) nel 2026 non è più il possedere l’ultimo iper costoso dispositivo, ma avere un computer (telefonino) affidabile, sicuro, che non ti spia e non ti sollecita-influenza continuamente.

Ricordo che un PC minimalista e frugale:

  • riduce distrazioni
  • aumenta concentrazione
  • riduce superficie di attacco informatico
  • richiede e sviluppa consapevolezza tecnologica
  • garantisce un controllo totale sui propri dati, oltre ad autonomia-sovranità tecnologica individuale
  • preserva meglio privacy-confidenzialità (ma solo se socio-tecnicamente-digitalmente ci si sa muovere con discrezione e understatement informativo)
  • è indipendente dalle piattaforme digitali mainstream
  • riduce la complessità (che distrae e fa perdere tempo)
  • migliora affidabilità, robustezza, resilienza dello strumento
  • non è per tutti (ma quando lo utilizzi, non torni più indietro)

UnJust Focus PC, ti supporta anche nell’ambito delle “censorship circumvention technologies” e degli “internet freedom tools“, questo perchè non è mai da sottovalutare (anche nell’area EU) il fatto che le nazioni più moderne, avanzate, ricche e democratiche, se mosse da legittimi-condivisibili-pressanti obiettivi di contrasto della violenza (vedi leggi/regolamenti/direttive anti hate-speech, CSAM), criminalità e/o contingente esigenza di difesa militare, oltre talvolta ad opportunistica protezione della propria agenda politica-strategica, possano in futuro legiferare maldestramente-grossolanamente in materia digitale compiendo piccoli passi (come già talvolta accaduto) verso la sorveglianza di massa (vedi rischi proposta di legge EU sul Chat Control, forse in questi giorni definitivamente soppressa) e limitazione della libertà di parola, libero pensiero, volontà popolare-democratica (es. annullamento risultato delle libere elezioni in Romania a causa della disinformazione russa sui social networks).

** In un mondo in cui l’ambiente digitale domina (spesso monitorando-sorvegliando-influenzando) sempre più le nostre vite, hai bisogno di conoscere tecnologie alternative e apprendere tecniche per proteggerti dai rischi e dalle minacce informatiche, aumentando nel contempo privacy-confidenzialità, concentrazione-intenzionalità cognitiva e resilienza operativa **

Digitalizzazione e opportunità sul territorio: come l’adozione di tecnologie digitali libere ed il riuso dei vecchi PC può beneficiare i professionisti informatici, micro-piccole imprese, comunità, associazioni e organizzazioni locali

Nell’era moderna in cui viviamo, l’adozione di tecnologie digitali è diventata una necessità irrimandabile per molte imprese e organizzazioni. Tuttavia, ciò può rappresentare una sfida, specialmente per le micro-piccole imprese (in particolare artigiani, ditte individuali, società di persone e/o limitata responsabilità-capitalizzazione), comunità, associazioni e organizzazioni locali che possono essere limitati dai costi associati all’acquisto di nuovi dispositivi o software proprietari.

Inoltre non è da sottovalutare la crescente regolamentazione EU lato digitale, che negli ultimi tempi ha introdotto un ulteriore freno a digitalizzare estensivamente la propria organizzazione (in particolare nelle micro-piccole imprese prive dei necessari budget) per paura delle violazioni informatiche (es. data-breach, ransomware) e del costo/complessità degli adempimenti-architetture lato sicurezza-privacy (e relative potenziali verifiche-ispezioni-sanzioni).

Ma c’è una soluzione che offre vantaggi più a misura: l’uso di robuste tecnologie digitali libere (Linux, software Open Source, technologie FLOSS) e il riuso dei vecchi PC. Questa pratica non solo offre una soluzione economica e sostenibile per l’ammodernamento digitale, ma crea anche e soprattutto opportunità per i professionisti informatici locali di prossimità.

Un vantaggio immediato è che l’adozione di tecnologie digitali libere permette di ridurre i costi di licenza e di software, permettendo ai liberi professionisti informatici di offrire servizi a prezzi più competitivi. Ciò consente di accedere a un vasto mercato composto da innumerevoli piccoli progetti di ammodernamento digitale, anche se privo di grande potere di spesa. Le organizzazioni sul territorio private e pubbliche come le scuole, le biblioteche, le associazioni più in generale oltre alle micro-piccole imprese locali (in particolare gli artigiani e le molte ditte individuali/di persone ed agricole), possono beneficiare dell’esperienza e delle competenze dei professionisti informatici di distretto per migliorare la loro infrastruttura digitale a costi accessibili.

Inoltre, il riuso dei vecchi PC permette di ridurre l’impatto ambientale dello smaltimento dei dispositivi obsoleti e contribuisce alla sostenibilità ambientale. Questa pratica può anche essere un’opportunità per creare iniziative di economia circolare locali, come la riparazione e il riuso di dispositivi informatici, generando ulteriori opportunità di lavoro per i piccoli specialisti informatici-elettronici del territorio.

Ma i benefici non si limitano solo all’aspetto economico. L’adozione di tecnologie digitali libere e il riuso dei vecchi PC possono anche favorire la crescita diretta professionale dei singoli specialisti del digitale, senza i costosi esborsi per corsi-certificazioni legati all’adozione di tecnologie digitali proprietarie e piattaforme cloud. Essi possono acquisire nuove competenze e conoscenze attraverso la partecipazione alla comunità di software libero, l’accesso a risorse online gratuite e la collaborazione con altri professionisti informatici anche a livello internazionale-globale. Ciò può portare a una maggiore specializzazione e a opportunità di networking, aprendo la strada a progetti più complessi e remunerativi (anche all’estero).

In sintesi, l’adozione diffusa di tecnologie digitali libere e il riuso dei vecchi PC offrono molteplici vantaggi e numerose-piccole opportunità anche durante le complesse congiunture economiche degli ultimi anni. Non solo permettono di accedere a un vasto mercato di ammodernamento digitale (trascurato, non presidiato dalle medie e grandi aziende informatiche), ma favoriscono anche la sostenibilità ambientale, la crescita professionale e la creazione di opportunità economiche a livello locale. Pertanto, è importante promuovere e sostenere questi emergenti modelli di business, al fine di stimolarne un maggior sviluppo sul territorio.

Innovare gradualmente, a basso costo “partendo dal basso”

Questo post prende spunto da un interessante vecchio articolo di uno dei co-fondatori di Arduino sostenitore dell’idea che per favorire l’innovazione in Italia si debba “partire dal basso”.

In passato (ma anche in tempi più recenti) ho avuto modo di visitare entusiasticamente numerosi eventi Industria 4.0 presso diversi innovation hub, ma nel tempo ho ahimè quasi sempre rilevato una scarsa partecipazione di una buona fetta (la più grande) del tessuto imprenditoriale manifatturiero locale (artigiani, ditte individuali, micro-piccole imprese a conduzione familiare).

Parlando con I pochi proprietari di officine terziste presenti, le risposte tipo erano quasi sempre “interessante, ma non siamo sufficientemente grandi e pronti per adottare tali soluzioni” o “tecnologie sicuramente troppo care per la nostra impresa”.

In effetti escludendo I progetti Industria 4.0 eseguiti nelle grandi e medie imprese nazionali (che sono poi quelli pubblicizzati sulle riviste di settore), nelle piccole e micro realtà aziendali solo il meccanismo dell’incentivo fiscale per l’acquisto di nuove attrezzature ha innescato qualche processo di innovazione (più che altro sostituzione di macchinari obsoleti ed installazione di piccoli robot collaborativi) che comunque è da considerarsi positivo.

Ma cosa è mancato affinchè l’iniziativa coinvolgesse un maggior numero di aziende del territorio ed innescasse la creazione di numerosi nuovi posti di lavoro qualificati (così come teorizzato, previsto durante la stesura del piano d’innovazione)? Al solito mi vengono in aiuto gli studi dei premi nobel per l’economia 2019 (Banerjee & Duflo) che hanno compreso quanto I modelli economici (fallimenti & successi) utilizzati per la crescita dei paesi in via di sviluppo siano in parte anche adattabili e confrontabili con quelli delle nazioni più ricche che da anni si trovano cronicamente intrappolati in una congiuntura economica non favorevole e non dispongono di tutele per la propria sovranità tecnologica.

Uno degli errori delle politiche economiche di nuova generazione è quella di credere (o far credere) che per far crescere una nazione sia sufficiente adottare le ultime teconologie (in primis quelle collegate ad internet, alla connettività ed al digitale più in generale), in realtà molti studi (il più noto è il rapporto Spence https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/6507) dimostrano che la maggior parte delle “innovazioni” sviluppate dai paesi più all’avanguardia non sono il più delle volte adatte alla maggior parte delle imprese (anche europee o statunitensi) che operano nei mercati locali più tradizionali.

Ad esempio possono impiegare troppa energia (in molti se ne stanno rendendo conto in questi ultimi anni con le crescenti difficoltà negli approvvigionamenti energetici) rispetto a quando il lavoro era eseguito manualmente da operatori. Richiedono lavoratori qualificati (operatori, manutentori, etc.) che non si trovano o prevedono giustamente salari molto elevati (visto l’alto grado specialistico di competenze richieste sul lavoro). Sono costose in termini di prodotto e servizi post-vendita. Spesso sono sviluppati e commercializzati (anche se le filiali sono capillari sul territorio) da “monopoli” esteri e questo oggi potrebbe comportare un sovraprezzo crescente (oltre a criticità logistiche nella catena di fornitura).

Inoltre il problema principale è che molte innovazioni dell’Industria 4.0 (ma l’esempio è adattabile a qualsiasi altro comparto della tecnologia) sono isolate dal contesto, senza un adeguato collegamento con le specifiche necessità (e capacità) di una micro-piccola impresa che richiede invece di innovare gradualmente, a basso costo “partendo dal basso”.  

Micro-Piccole Imprese (MPI) Manifatturiere ed Artigiane Industriali. Un mercato ancora incompreso per attuare con successo e diffusamente i piani Industria 4.0/Transizione 5.0

Ci risiamo, l’ennesima crisi militare regionale rischia di mettere in difficoltà l’export globale di molti nostri OEMs del comparto beni strumentali industriali. Oltre a rallentare e/o bloccare conseguentemente anche le operazioni di field service (installazioni, messe in servizio, assistenze tecniche, manutenzioni, ammodernamenti in campo) in aree (ritenute tradizionalmente sicure) ora non più facilmente raggiungibili via aerea. Trasferte che da una settimana a questa parte necessitano di approntamenti altamente complessi e costosi per garantire la sicurezza del proprio personale tecnico trasfertista (sempre che si trovi personale viaggiante nazionale disposto a recarsi in tali aree geografiche ed il top management si faccia carico consapevolmente della crescente responsabilità, criticità “Duty of Care).

Forse è giunto il momento di concentrarci maggiormente sul mercato interno (poco strutturato, ma più resiliente), ma per farlo serve un cambio di paradigma commerciale.

Visitate una qualsiasi area artigianale e/o industriale in Italia e troverete la stessa cosa: micro-piccole imprese manifatturiere, spesso operative in modesti capannoni, laboratori, officine, fabbriche.

Realtà (il più delle volte a conduzione unipersonale-familiare) laboriose e silenziose, che alimentano e sostengono la nostra economia (e pagano tante tasse contributi). Eseguono lavorazioni con macchine CNC, tagliano legno, acciaio, saldano telai, stampano, costruiscono prodotti e risolvono quotidianamente problemi.

Rappresentano il grosso del settore manifatturiero (per farvi un idea delle percentuali generali lato composizione di tutto il tessuto imprenditoriale italiano, scaricate il report Italy – SBA Fact Sheet 2019 ), eppure quasi sempre vengono trattate da istituzioni e OEMs/vendors come un invisibile e dissonante minoranza, non più in grado di confrontarsi con la tecnologia moderna in particolare lato digitale (vedi Industria 4.0/Transizione 5.0).

Per decenni, l’industria tecnologica ha realizzato-commercializzato sistemi-software, spingendo i governi ad emanare sovvenzioni, incentivi, sgravi-detrazioni fiscali (talvolta macchinosi-irrealizzabili per la mancanza di requisiti strutturali-economici e/o capienza d’imposta, causata da insufficienti ricavi-profitti), bonus governativi essenzialmente per le medie-grandi aziende manifatturiere; quelle già con grandi budget, team IT-ingegneria a tempo pieno e vari livelli di gestione manageriale.

E chi riusciva ad usufruirne, acquistava poi, principalmente soluzioni-tecnologie progettate-prodotte all’estero da multinazionali straniere (un contronsenso visto che i piani di sovvenzione nazionale, dovevano invece rilanciare il Made in Italy anche lato componentistica !!).

Nel mentre i piccoli produttori (micro industrie, terzisti, artigiani) sono stati lasciati a cavarsela da soli.

Troppi nel mondo tech continuano ad avere convinzioni stereotipate, errate e superate sulle micro-piccole imprese manifatturiere (già le medie aziende che operano anche all’estero sono un altro dominio, quasi sempre managerializzate, più robuste finanziariamente e pertanto molto più vicine come modelli di gestione-business alle grandi organizzazioni industriali).

Il risultato è oggi un divario profondo (non solo negli strumenti utilizzati per produrre), che ha portato erroneamente a credere che le micro-piccole imprese:

  • non siano “competenti” e sufficientemente “digitali” per adottare sistemi-software di nuova generazione (tipico approccio elitario-barocco di molti OEMs/vendors che considerano inadeguato l’imprenditore di estrazione artigiana-terzista privo di percorsi accademici)
  • preferiscano fare le cose “alla vecchia maniera”
  • siano troppo piccole per contare davvero (con scarsa capacità di spesa e con limitata potenzialità lato sviluppo-innovazione-crescita, pertanto da snobbare)

Queste supposizioni non sono solo sbagliate (e classiste), sono dannose per le micro-imprese e per il territorio che le ospita. Ignorano i punti di forza fondamentali di queste imprese e ciò che le rende eccezionali.

La verità sulle micro-piccole imprese manifatturiere

In passato ho anche supportato (da consulente) un gruppo di micro aziende locali, sia del comparto distribuzione e manutenzione industriale, ma anche assemblaggio, integrazione, fabbricazione, collaudo, avviamento di equipaggiamenti per industria ed infrastrutture.

Combinando la mia pregressa esperienza internazionale (da tecnico d’automazione industriale discreta) in grandi stabilimenti industriali (nazionali-esteri), ho potuto sviluppare una doppia prospettiva che mi ha mostrato quanto siano realmente imprenditoriali, innovative e adattabili (al mercato) anche (e soprattutto) le micro e piccole imprese manifatturiere familiari.

Ma non tutti hanno potuto sviluppare il mio stesso grado di consapevolezza del mercato ed oggi il mondo esterno corporate (in particolare istituzioni, e grandi OEMs, vendors) fatica a vedere che le MPI:

  • Sono rapide e ingegnose. Si muovono in fretta e pensano in modo pratico su una scala temporale ridotta-immediata (le “vision” le lasciano ai top manager delle multinazionali, non perché i micro-piccoli imprenditori locali ne siano sprovvisti, ma perché sarebbero incompatibili con l’impellenza-urgenza della loro quotidianità lavorativa).
  • Sono esperti nel problem solving. Ogni giorno gestiscono richieste uniche, scadenze che cambiano, vincoli sui materiali e consegnano comunque (sono troppo piccole e finanziariamente deboli per poter assorbire insoluti o importanti penali, claims e back-charges, pertanto non possono permettersi il benché minimo errore).
  • Sono costruttori. Non solo di prodotti fisici, ma di imprese, famiglie, patrimoni generazionali e sviluppo-benessere della comunità-territorio dove operano.

Quello che sicuramente non sono è l’essere attori entusiasti “early adopters e utilizzatori” di ogni più recente tecnologia lato sistemi-software per produrre (oltre che di IT aziendale). Non per rigetto-luddismo (o mancanza di competenze come ripeto, sento dire spesso, offensivamente, dai vendors), ma semplicemente perché il più delle volte non gli è mai stata presentata la soluzione giusta per le loro principali problematiche (e capacità di spesa).

Durante il boom (o flop dipende dai punti di vista) dell’Industria 4.0 del 2018 ho perso il conto (assistendo agli eventi degli innovation-hub locali) delle demo di nuove tecnologie presentate trionfalmente come le “killer applications”, ovviamente già adottate dalle innumerevoli multinazionali. Peccato che la platea fosse talvolta composta dai titolari e tecnici delle micro-piccole imprese locali con problematiche e capacità di spesa completamente diverse (e questo quando andava bene, perché tali eventi promozionali erano spesso deserti o frequentati perlopiù da studenti universitari, venditori e/o consulenti come lo scrivente).

Le vere sfide

Parlando con numerosi piccoli produttori, emergono sempre gli stessi temi. Non necessitano tutti del MES (anche perchè spesso non hanno un gestionale aziendale avanzato) e/o dell’analisi predittiva via IIoT, oggi anche in salsa AI (ho fatto questo esempio perché provengo dal service-manutenzione dei macchinari-linee di produzione), cercano invece modi pratici (meglio se economici) per lavorare meglio e sprecare meno (non solo lato tecnologico, ma anche gestionale-organizzativo-esecutivo-operativo).

Le loro principali difficoltà includono non solo tematiche tecniche legate ai macchinari, sistemi, software di produzione, ma innanzitutto commerciali-gestionali-organizzative-esecutive:

Ricerca di nuovi clienti e/o canali per aumentare l’entrata ordini

Nelle micro-piccole imprese è scritto a caratteri cubitali ogni dove “se qualcuno non piazza una vendita nulla accade e se si persevera si chiude bottega”. Di certo non possono permettersi i tavoli di crisi, le CIGS/CIGO, ma soprattutto le alternative delle grandi industrie che a fronte di importanti cali del fatturato possono comunque con tagli e/o cessioni di rami aziendali aumentare nel giro di pochi mesi i profitti ed i conseguenti robusti executive bonus.

Precisione dei preventivi e controllo dei margini
La preventivazione è spesso manuale e incoerente. Un piccolo errore può cancellare il profitto di un lavoro. Hanno bisogno di strumenti che li aiutino a fare preventivi con facilità e sicurezza.

Sistemi di gestione del know-how aziendale non centralizzato e conseguente doppio lavoro nel cercare informazioni-dati-disegni
Troppe aziende operano ancora con informazioni sparse su lavagne, fogli di calcolo, email e soprattutto nella testa delle singole persone. Questo causa ritardi, duplicazioni e stress. Una singola fonte centralizzata di know-how non è più un optional è una necessità.

Scarsa visibilità e comunicazione dovuta alla mancanza di procedure e strumenti (anche digitali/ERP) di operations, project & service management
Quando il team non ha una visione chiara di ciò che accade cosa è urgente, cosa è pronto, cosa è in attesa di un fornitore le cose sfuggono di mano. Questo genera confusione, frustrazione e casini-ritardi pagamenti (purtroppo il vecchio gestionale che serve solo per inserire gli ordini, gestire il magazzino, contabilità e far DDT, fatture è ormai inadeguato).

Scarsa comunicazione con i clienti
I produttori vanno fieri del loro servizio, ma senza i giusti sistemi è difficile tenere traccia di aggiornamenti, scadenze e modifiche. Se non si è in grado di tenere aggiornato il cliente in maniera proattiva, lo si obbliga sempre a sollecitare e così facendo spesso si danneggia la fiducia e le relazioni.

Squilibrio tra lavoro e vita privata
Molti titolari sono dei veri e propri One-Man-Band”, fanno di tutto in azienda. Senza processi migliori, è insostenibile e l’esaurimento è dietro l’angolo.

Questi problemi non sono solo operativi-lavorativi, sono profondamente umani. Influenzano il carico cognitivo, la serenità famigliare, la soddisfazione lavorativa e la capacità di crescere con fiducia.

Cosa deve cambiare dalla parte di istituzioni, OEMs, vendors

Serve un cambio di narrazione ed approccio, trattenendosi dal trattare i micro-piccoli produttori come se fossero un anomalia del tessuto imprenditoriale. Sono la maggioranza, teniamolo ben presente, in barba al mirabolante storytelling/hype in salsa corporate che insiste da 20 anni a farci credere esistano realmente le Silicon Valley di distretto composte solo da mega stabilimenti (magari con la prestigiosa-avanguardista facciata in vetro), mentre il grosso degli imprenditori (dell’economia reale) lavora ancora prevalentemente in capannoncini.

Iniziamo quindi a riconoscerli per ciò che sono: aziende specializzate altamente performanti e orientate al futuro, soprattutto per tramandare il business alle nuove generazioni della famiglia (a differenza di molte grandi corporations che operano spesso con una gestione finanziariamente estrattiva, e poi magari svendono o chiudono stabilimenti nel giro di pochi anni se i profitti calano).

Inoltre abituiamoci a cambiare il termine PMI per indicare il grosso delle imprese nazionali ed utilizziamo il più corretto e veritiero MPI “micro piccole imprese”. Per chi non ha scaricato il report EU, sottolineo che globalmente le micro imprese nazionali, di ogni comparto (spesso con zero dipendenti), nel 2019 erano rispettivamente il 94,9%, le piccole il 4,5%, mentre le medie solo il 0,5% e le grandi il 0,1%.

Bisogna poi durante gli eventi di associazionismo professionale e promozione tecnologica (esempio Industria 4.0/Transizione 5.0) iniziare a coinvolgere attivamente e da protagonista il micro-piccolo imprenditore locale.

Per esperienze vissute, ho appreso che i titolari della micro-piccola impresa del territorio non si assentano dal posto di lavoro per venire a vedere le “demo di soluzioni pensate per una mega fabbrica dell’industria automobilistica e/o della pasta”; assistere solo a noiose presentazioni commerciali con power point (operate dal venditore fresco di laurea in management-ingegneria); pitch di startups innovative (con founders che non hanno lavorato un solo giorno “sotto padrone”) o peggio per far da “meri” spettatori durante conferenze e tavole rotonde (autoreferenziali/markettare) con panels composti da autorevoli CEO, membri delle istituzioni, accademici, giornalisti, presidenti associazioni di categoria.

Cosa bisogna invece imparare a fare:

  • Incontrare i produttori dove si trovano (nelle loro sedi), ascoltarli e crescere insieme a loro (come già scritto sopra è inutile invitarli agli eventi per fargli fare solo da spettatori-compratori)
  • Fornire strumenti che si adattino a loro, non il contrario
  • Adattare l’offerta alla loro capacità di spesa
  • Risolvere i problemi di oggi, preparando la crescita di domani

Queste imprese non chiedono una rivoluzione digitale. Chiedono “utilità digitale”, strumenti che comprendano come lavorano, si integrino nella loro giornata lavorativa standard e li aiutino a muoversi più rapidamente, in modo più intelligente e sicuro (negli anni ho perso il conto dei progetti d’innovazione anche e soprattutto ammodernamenti dei sistemi d’automazione e controllo che poi hanno peggiorato irreversibilmente il modo di lavorare del macchinario e conseguentemente dell’operatore/manutentore).

Percorsi Futuri

Il futuro della manifattura non risiede solo nelle grandi, moderne fabbriche (ormai quasi tutte all’estero, causa desertificazione industriale nazionale) e nell’automazione totale iper avanzata-tecnologica. Risiede anche e soprattutto nelle migliaia di piccole officine sparse per il Paese, quelle che producono, manutengono, riparano, saldano, tagliano e costruiscono dietro modesti portoni industriali.

Non sono l’eccezione o l’anomalia. Sono l’industria reale, concreta, attiva e diffusa.

Dobbiamo solo aiutarli a dotarsi degli strumenti-tecnologie giuste e abbordabili (ed i grandi OEMs, vendors difficilmente ci arriveranno, visto che sono sempre più focalizzati sulla fascia alta del mercato, per conseguire rapidamente gli ambiziosi e sfidanti obiettivi di revenue e profits di quarters). Non stiamo solo migliorando la produttività ed il ROI. Stiamo rafforzando le fondamenta, sviluppo, continuità della manifattura moderna nazionale.

Per questo (e lo dico alle micro-piccole imprese) valutate anche con attenzione le proposte dei numerosi consulenti (accreditati-certificati) e/o “puristi del mondo software/IT” che non hanno però mai toccato una macchina e/o sistema-quadro elettrico d’automazione (ad esclusione di quello del laboratorio all’università), ma cercate specialisti che hanno lavorato continuativamente per anni sul campo (sporcandosi le mani in prima persona, con la testa infilata dentro i quadri elettrici oltre che sul macchinario lato elettromeccanico/meccatronico).

Ricordiamoci quindi che i veri esperti (operai, tecnici, progettisti) sono anche (e soprattutto) a prescindere dal livello del titolo di studio tecnico (specialista, perito, ingegnere):

I manutentori specialisti locali che conoscono “le tue attrezzature-equipaggiamenti” meglio dell’OEM/vendor.

I mini sistemisti integratori indipendenti che rispondono di persona (e non con il call center) al telefono alle 3 di notte, quando ti si ferma la macchina nel turno notturno.

I programmatori di PLC liberi professionisti ed elettricisti industriali artigiani.

Ed ovviamente tutte le altre micro-piccole imprese d’automazione locali che conoscono cosa serve davvero-concretamente implementare in una micro-piccola realtà manifatturiera.

Questi non sono semplici fornitori, sono partner aziendali fidati.

Ho visto con i miei occhi quanto possa essere utile-migliorativo il sistema e/o il software giusto (talvolta anche una banale modifica elettromeccanica/meccatronica), quando è sviluppato-integrato con una profonda comprensione del settore e della lavorazione/necessità specifica. Non si tratta di digitalizzare per il gusto di farlo, ma di aiutare le micro-piccole imprese a lavorare meglio, con meno stress, più controllo e tanta più sicurezza.